Coronavirus in Italia, il bollettino del 14 febbraio: 28.630 nuovi casi e 281 decessi, positività al 10,1%

I nuovi casi di coronavirus registrati in Italia nelle ultime 24 ore sono 28.630, in netta rispetto ai 51.959 di ieri. I decessi sono 281, ieri ne erano stati segnalati 191.

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Come ogni lunedì netto calo quindi dei nuovi positivi con circa 180mila tamponi in meno. Ma la curva è comunque in discesa, visto che il tasso di positività cala dell’1,1 al 10.1%. Sono 17 i ricoverati in meno nelle terapie intensive e 10 quelli nei reparti di medicina. Vanno giù ripidi da 5.247 a 1.982 i casi in Lombardia dove i tampini sono però meno della metà. Si contano ben 77 morti contro i 27 di ieri.

In controtendenza i numeri in salita del Piemonte, dove i contagi da 2.145 salgono a 2.497 ei morti da 7 a 15 con soli 200 tamponi in più.

In Veneto i nuovi contagi nelle ultime 24 ore sono 2.145, un numero che sconta il consueto `calo´ domenicale, meno del dato di lunedì scorso (2.858). Scendono ancora (-730) gli attuali positivi, che sono 105.436. Nelle strutture ospedaliere si registra una situazione (-12) nei ricoveri in area medica, con 1.414 pazienti, mentre nelle terapie intensive (131) la è invariata.

In Alto Adige casi in calo da 560 a 441. Si registra anche un decesso.

I nuovi casi Covid registrati nelle 24 ore in Toscana sono 1.680 su 15.155 esami effettuati. Il tasso dei nuovi positivi è 11,09%. Il tasso dei nuovi positivi ogni 100.000 abitanti nell’ultima settimana è 800, sette giorni fa era 1.284. Rispetto a ieri i nuovi casi crollano di circa la metà (erano stati 3.337) ma anche i tamponi totali considerati sono meno della metà. Peraltro il rapporto tra nuovi positivi e tamponi oggi è risalito di un punto percentuale (ieri era 10,08%).

Sono 3.659 i nuovi positivi oggi nel Lazio, 2.287 meno di eri mentre i decessi non 16, dici meno di 24 ore fa. I casi a Roma sono 1.985.

Oggi in Puglia sono stati registrati 2.238 nuovi casi di contagio da Covid-19 su 27.842 test giornalieri eseguiti (positività 8%). Ieri i positivi erano 3.898. Sono 15 le persone decedute.

Resta ferma al 25%, in Italia, l’occupazione dei reparti di area medica da parte di pazienti con Covid-19 ma, in 24 ore, la percentuale cresce in 8 e province autonome: Basilicata (al 27%), Campania ( 28%), Friuli Venezia Giulia (31%), Molise (24%), Provincia autonoma di Bolzano (23%), Provincia autonoma di Trento (25%), Umbria (30%). Cala in 5: Calabria (31%), Liguria (31%), Lombardia (18%), Puglia (25%), Toscana (22%). Questi i dati dell’Agenzia Nazionale dei servizi sanitari regionali (Agenas) aggiornati al 13 febbraio. È stabile in Abruzzo (al 36%), Lazio (30%), Emilia Romagna (23%), Marche (29%), Piemonte (24%), Sardegna (26%), Sicilia (34%), Val d’ Aosta (25%), Veneto (17%).

La percentuale di posti letto in terapia intensiva occupati da pazienti con Covid-19 cala al 12% (-1% in 24 ore) in Italia e cala anche in 10 regioni: Abruzzo (al 13%), Basilicata (6%), Liguria (12%), Lombardia (9%), Marche (17%) Pa Bolzano (7%), Piemonte (13%), Puglia (12%), Toscana (14%), Umbria (7%). Cresce, invece, in Molise (con +5% arriva a 15%), Calabria (con +3% arriva a 15%) e Friuli Venezia Giulia (19%). Tasso stabile in Campania (9%), Emilia Romagna (14%), Lazio (19%), PA Trento (16%), Sardegna (14%), Sicilia (13%), Val d’Aosta (12%), Veneto (8%).

Un confronto tra ondate epidemiche di Covid-19 evidenzia che, “nonostante il numero molto più elevato di casi nell’ondata in corso, l’impatto sulla mortalità è più contenuto rispetto alle ondate precedenti”. Durante la quarta ondata, dal primo dicembre 2021 al primo febbraio 2022, si osserva infatti, “un eccesso di mortalità rispetto del 13%” a valori del 32% della prima ondata, del 29% della seconda e del 18% della terza. È quanto emerge dal rapporto settimanale del Sistema nazionale di sorveglianza della mortalità giornaliera (SiSMG), aggiornato al primo febbraio 2022 e pubblicato sul sito del Ministero della Salute.

Anche se le nuove varianti di SARS-CoV-2 riescono a sfuggire agli obiettivi sviluppati dopo la vaccinazione, i linfociti T mantengono a l’organismo grazie a una memoria di lunga durata e un’abilità di riconiooscere virus peter. Un’ulteriore conferma della forza dell’immunità cellulare contro Covid arriva da uno studio condotto da ricercatori del La Jolla Institute for Immunology in collaborazione con l’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova e l’Università di Genova. La ricerca, pubblicata sulla rivista Cell, ha confermato che la risposta delle cellule T si osserva nella gran parte dei vaccini disponibili. Lo studio ha confermato che le cellule T riconoscono tutte le diverse varianti emerse negli due anni, compresa quella Omicron, e restano capaci di dare una risposta immunitaria efficace ad almeno 6 mesi di distanza dalla vaccinazione. Nel dettaglio, analizzando le cellule T di persone vaccinate con quattro diversi vaccini (Pfizer-BioNTech, Moderna, Johnson & Johnson/Janssen e Novavax), i ricercatori hanno osservato che la reattività delle cellule T a sei mesi è de infatti 87 -90% a quella iniziale post-vaccinale e scende all’84-85% contro omicron, in argomento dal vaccino ricevuto. «L’immunità indotta dalle cellule T è perciò duratura e significativa contro tutte le varianti note e non viene `bucata´ né da Omicron”, spiega Gilberto Filaci, direttore dell’Unità di Biogliterapie dell’icoe Policri Ospedal IRCCS Ospedal studio studio. «Visti i risultati dei test a 6 mesi dal vaccino, è molto probabile che le cellule T dei vaccinati diano luogo a una protezione immunitaria di lunga o lunghissima durata nei confronti della malattia grave; la dose booster resta tuttavia molto importante per minimizzare ulteriormente il pur lievissimo calo della risposta delle cellule T osservato dopo sei mesi dalla vaccinazione. È infine plausibile che il vaccino possa `frenare´ anche le future varianti»

In circa un mese, sono stati 5.389, in Italia, i pazienti a cui sono stati prescritti gli antivirali orali, ovvero le cosiddette pillole anti-Covid da assumere a casa e indicare per il trattamento precoce dell’infezione da Sars-Cov-2 pazienti non in ossigenoterapia, ma a maggior rischio di forma grave. Di questi, 5.348 hanno ricevuto una prescrizione Lagevrio (molnupiravir) di Merck-MSD, mentre a 41 è stato prescritto Paxlovid (nirmatrelvir e ritonavir) sviluppato da Pfizer e ultimo arrivato in Italia. È quanto emerge dal quarto monitoraggio dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) sull’utilizzo degli antivirali per il Covid-19, basato su dati estratti il ​​10 febbraio. La determinazione Aifa sulle modalità di utilizzo in fase precoce degli antivirali è in vigore dal 30 dicembre, giorno dal quale è partito il monitoraggio il modalità. Di fatto però, la distribuzione di molupiravir è stata avviata il 4 gennaio e dopo sono iniziate le primen, mentre per Paxlovid, la distribuzione in Italia è iniziata il 4 febbraio Per quanto riguarda Lagevrio (molnupiravir) di Merck-MSD, fino al 9 febbraio (dati riferiti ai giorni di monitoraggio e non a quelli della data di estrazione) sono avviati trattamenti per 5.146 pazienti con ampielli64enze sovia regionali: 650 in Liguria, 536 in Piemonte , 520 in Veneto, 395 in Toscana, 353 in Puglia, 333 in Lombardia, 309 nelle Marche, 269 in Emilia Romagna, 162 in Friuli Venezia Giulia, 151 in Sardegna e Umbria, 134 in Campania, 115 in Abruzzo. Le altre regioni sono sotto i 100 e in Basilicata non ne risulta nessuno. Osservando soli dati 3-9 febbraio, è evidente un calo del 10% di settimanali, di pari passo con il calo dei contagiati dal Sars-Cov-2. Sono stati, invece, 2.598, fino all’8 febbraio, i pazienti che, in fase precoce di malattia, hanno ricevuto veklury (remdesivir), l’antivirale di Gilead, che, a differenza dei primi due, è somministrabile non endovena per via orale.

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